15. ago, 2017

Sky Dancers di Henri Texier

HENRI TEXIER
SKY DANCERS
Label Bleu 2015
Un altro contrabbassista, un altro veterano - Henri Texier - francese, classe 1945, figlio della guerra e forse per questo, da sempre impegnato a promuovere i sacri principi dell’illuminismo: pace, cultura, libertà, eguaglianza, fratellanza, solidarietà; interessato dalle culture “altre” studioso delle “loro” musiche, attento ai giovani e al nuovo che avanza, ma anche custode e testimone della storia della musica afro americana interpretata con l’approccio di chi è pronto a mescolarsi, ad assorbire, ad ibridare.
L’uomo ha viaggiato molto - eppoi la Francia è sempre stata una meta ambita da tanti jazzisti - molti vi si sono stabiliti o vi hanno a lungo soggiornato, come del resto in quasi tutta europa, Italia compresa (vi risparmio il lunghissimo elen-
co) con molti di questi Texier ha condiviso una vita fatta di concerti, di turneè, di registrazioni, di festival jazz un po’ ovunque; non è diventato famoso come molti coi quali ha suonato, ma è sicuramente diventato “qualcuno” al quale portar rispetto, molto stimato dai musicisti neri o bianchi o altro che siano.
Attualmente sono con lui il figlio Sébastien Texier al sax contralto - Francois Corneloup, al sax baritono - Armel Dupas, al pianoforte - Louis Moutin, alla batteria - e (recente acquisto) Nguyen Le con le sue chitarre (dalle quali ricava sonorità asprigne - acidule - corrosive, dai colori “metallizzati” - “fosforescenti” - “screziati”) ad incrementare le possibilità cromatiche ed i contrasti sonori del combo.
Con questi musicisti è stato realizzato “Sky dancers”, nove composizioni originali, ispirate e sommessamente dedicate agli indiani d’America - i quali sembra non soffrano di vertigini (per un fattore genetico??) e per questo trovano spesso impiego nella costruzione e nella pulizia
e manutenzione dei grattacieli (Skyscrapers); sono loro gli “sky dancers” del titolo, i “ballerini del cielo”. Altri titoli: “Comanche” - “Dakota Mab” - “Hopi” - “Mapuche” - “Navajo dream” - citano i nomi di tribù del fiero popolo (pellerossa) dei nativi amerindi.
Naturalmente gli incalzanti e ripetitivi ritmi dei “tamburi di guerra” o delle cerimonie sacro religiose propiziatorie, sono stati rimodellati - “modulati” - per diventare base portante dei nove temi - cosa che mette in particolare evidenza il lavoro incessante e tumultuoso di Moutin sui tamburi (quando il tempo rallenta e si fà più maestoso) sembra di risentire il compianto Ed Blackwell.
Henri Texier è un fine compositore e sà arrangiare con gusto innato - in questo ricorda Mingus (Charles), forse un Mingus meno agitato, meno “bipolare”, meno caustico, ma altrettanto epico, narrativo, pittorico - eppoi quella cavata rotonda, potente, quell’incedere sicuro sul contrabbasso (anche Mingus era molto attento al sociale - eccome se lo era - Lui nero, poco incline al compromesso, spesso irrascibile - che si sentiva considerato peggio di un cane bastardo (Beneath the Underdog).
Per liberare il campo da equivoci, dico subito che non c’è da parte di Texier, la ben che minima intenzione di emulare o fare il verso a Mingus; sono altresì presenti passaggi e sonorità che lo possono ricordare - che ne possono evocare  il climax vivace e battagliero  - dovuti ad un simile approccio al materiale musicale - fatto di guizzi - impennate - brusche frenate e repentine variazioni di tempo, ma anche di momenti di pensosa quiete e ordinato lirismo. 
HENRI TEXIER - DAKOTA MAB - Intuition 2016
Formazione ristretta: Sébastien Texier, clarinetti e sax contralto - Francois Corneloup, sax baritono - Louis Moutin, batteria - Henri Texier, contrabbasso, composizione e arrangiamenti; quattro moschettieri agili di spada e di fioretto - fedeli al motto “tutti per uno, uno per tutti” - compatti, leggeri e possenti al tempo stesso - “pericolosi” negli affondo; - ripresi dal vivo in modo eccellente al teatro di Goetersloh (Germania profonda).
Rivisitazione in chiave vagamente “cool era” di parte del contenuto dell’album precedente e altro  ascoltarli in sucessione può dare l’idea di cosa significa essere “uomini del jazz” a tutto tondo e di quanto sia ancora fertile questo terreno. 

J.V.