31. mar, 2017

"Ida Lupino del quartetto Gianuca Petrella, Giovanni Guidi, Louis Sclavis e Gerald Cleaverd

GIOVANNI GUIDI  - GIANLUCA PETRELLA - LOUIS SCLAVIS - GERALD CLEAVERD
IDA LUPINO
ECM - DUCALE
“Ida Lupino”, titolo di una celebre composizione di Carla Bley (peraltro molto amata anche da Paul Bley (gennaio 2016), di lei primo consorte) oltre a essere un riconoscente omaggio a due figure di indiscuso carisma e spessore artistico, suggerisce anche quello che può essere il profilo artistico di ciò che ci si accinge ad ascoltare; ricerca, sperimentazione, andari vieni meditativo archeologici lungo la storia del jazz, abbattimento di ogni confine fra generi, ibridazione, caos organizzato, gioiosa anarchia sonora etc. etc. etc.
Altri indizi, a ben vedere, ci vengono dagli insoliti accostamenti timbrici e coloristici dovuti allo strumentario della nuova “instant time super band” ripresa a Lugano con tecnica “svizzera” (leggi certosina) da S. Amerio (italianissimo of course); due fiati: trombone e clarinetto (che raramente, ai giorni nostri, si ascoltano insieme) a dividersi la front line; un pianoforte, strumento armonico, a fare da collante, da impalcatura che tutto regge; una batteria a stimolare ritmicamente il tutto (quasi pornografico) in solitudine; (contrabbasso volutamente “non pervenuto”) anche un’assenza può contribuire a caratterizzare una situazione richiedendo maggior estro ai presenti. Petrella e Guidi, da tempo, dividono spesso il palco; il loro sodalizio artistico è nato “sui banchi di scuola”, ovvero quand’erano membri “associati” in un notevole combo a guida Enrico Rava (come dire alla Bocconi del jazz).
Con Sclavis, maestro di free style (leggi improvvisazione) clarinetto eccelso è la prima volta, ma lui è di quelli che ti guardano negli occhi “abbozzano” e cominciano a suonare (hanno già capito tutto) - (Guidi e Petrella uguale, anche loro ci han la sfera) e Gerald? (Cleaver) lui è timido, di poche parole, ma sa il fatto suo, non è invadente, ma non si ferma mai, insancabile, stile misurato, asciutto, ama punteggiare, pennellare.
Disco emozionante, davvero bello a tratti commovente; due brani su tutti: “Gato”, una sorta di requiem in memoria di Gato Barbieri (sassfonista argentino scomparso nell’aprile 2016) coinvolgente, sanguigno, focoso (come era el Gato) al fine pacificato e “Per i morti di Reggio Emilia” vecchio, doloroso inno politico di Fausto Amodei, qui scarnificato fino a renderlo fulgida essenza, come sapeva fare Charlie Haden (luglio 2014) con la sua Liberation Music Orchestra. E qui, il cerchio si chiude, sentito omaggio anche a Paul Motian (novembre 2011).