14. nov, 2016

"Don't Try Thi Anywhere" di Simone Zanchini

SIMONE ZANCHINI
“DON’T TRY THIS ANYWHERE”
In + Out - Egea
Simone Zanchini si è appassionato al suo strumento, la fisarmonica, probabilmente fin da quando ha avuto la capacità di maneggiarla (poteva avere sette/otto anni...chissà?) fatto stà che, da quel tempo, non ha mai smesso di esercitarsi per imparare a suonarla nel miglior modo possibile - e nel contempo a studiarne le caratteristiche fisiche e tecniche per sfruttarne al massimo potenzialità timbriche e cromatiche (prima tutte quelle “al naturale” poi, negli ultimi anni, quanto si ottiene con l’uso (anche combinato) di effetti elettronici - applicati alla maniera dei chitarristi (vedi pedaliere e quant’altro).
Nella sua produzione discografica due CD (uno recente) sono per sola fisarmonica - una sorta di bignami di tutto quel che si può “cavar dallo stromento” strumento visto ancora con una certa diffidenza dai puristi jazz, perchè legato ancora (nell’immaginario collettivo) allo stereotipo che lo colloca in ambiti folkloristico popolari (leggi: canzone francese e corsa, tango argentino, fado portoghese, musiche gitane, folclore dei balcani, liscio romagnolo etc. etc. etc.) nonostante non manchino esempi di qualità in ambiti jazzistici o comunque (limitrofi) vicini al jazz e personaggi di levatura indiscutibile, spegialisti della fisarmonica e/o del bandoneon.
Il suo ultimo lavoro “Don’t try this anywhere” vuole essere (già nel titolo) un riconoscente (quanto umile) omaggio alla parabola artistica e umana di Michael Brecker figura che più di altre ha contribuito alla sua formazione di musicita a tutto tondo (vi ricordo che Brecker suonava sassofoni - tenore in primis - ma erano solo il mezzo col quale dar vita al proprio universo musicale interiore; Zanchini lo fà con la fisarmonica (ma è solo un dettaglio è l’approccio che conta) a dargli man forte - le chitarre di Ratko Zjaca (già suo pard su “The way walk” e in “Beyond the lines” a nome ZZ quartet (Zanchini - Zjaca) - Adam Nussbaum alla batteria, già presente su “The way walk” e su decine e decine di dischi al fianco dei grandi del jazz contemporaneo - John Patitucci (nuovo innesto extralusso) ai bassi (ha dato del tù a Chick Corea e tuttora a Wayne Shorter) solo per citare due dei tanti grandi con i quali ha suonato in carriera - buon ultimo (col gravoso compito di dar voce allo strumento di Michael Brecker) al sax tenore Stefano Bedetti, musicista con basi molto solide, che non ha paura di “buttar la palla oltre il muro” lui lo scavalca senza indugio.
La sezione ritmica è da cinque stelle sotto tutti i punti di vista (non ultimi versatilità e facilità di empatia con chiunque) e di questo trae vantaggio tutto il disco assemblato con pezzi di diversa provenienza stilistica opportunamente “trattati” fino a dar coerenza all’intero lavoro. Zanchini, che musicalmente viene da lontano, ha fatto negli anni un lungo percorso evolutivo grazie all’innata curiosita che lo ha portato a frequentare ambiti e ambienti musicali diversi e via via sempre più “colti” ed impegnativi sotto il profilo tecnico strumentale interpretativo (vedi ad esempio i due lavori di ambito classico contemporaneo con un folto gruppo (“ensamble”) di musicisti dell’orchestra del teatro alla Scala di Milano). Nel disco si alternano: la quiete ciondolante di “Catch the shadow” - l’astratta e metafisica “Seven snakes” dall’evolversi solo apperentemente casuale - la foga di “Custom setup by myself” un po’ blues un po’ no - il tema dal titolo del CD, arrembante ma condotto “a redini tirate” (per citarne alcune) - in chiusura “Ultimo atto” un saggio ben “assemblato” di suoni del pianeta fisarmonica. Chapeau! (giù il cappello) - onori al cuoco: menù eccellente da gustare senza pregiudizi. (se ne hai - fatti tuoi!).

J. V.