Altre Regioni...in Italia

16. nov, 2018

A Roma il racconto della fortuna di uno dei suoi capolavori
La finezza compositiva di uno dei maestri del classicismo seicentesco, l'evoluzione del suo stile nella maturità e l'influenza su altri artisti a lui successivi, ma anche la storia della committenza e del collezionismo italiano attraverso due celebri famiglie: c'è tutto questo nella piccola, ma pregevole mostra "Guido Reni, i Barberini e i Corsini. Storia e fortuna di un capolavoro", che le Gallerie Nazionali di Arte Antica presentano dal 16 novembre al 17 febbraio nella sede di Galleria Corsini a Roma.
Il progetto espositivo, a cura di Stefano Pierguidi, si compone di circa 15 opere e ha il suo fulcro nella Visione di Sant'Andrea Corsini, capolavoro della maturità di Reni che venne commissionato all'artista nel 1629 dai Corsini in occasione della canonizzazione del santo vescovo fiorentino del '300. La tela, emblema della devozione seicentesca, fu donata, probabilmente da Ottavio Corsini, al pontefice Urbano VIII Barberini e rimase a Palazzo Barberini fino al 1936, quando poi passò ai Corsini di Firenze (ora è conservata agli Uffizi). Nella mostra questo dipinto straordinario viene messo a confronto non solo con un altro lavoro di Reni, in cui l'artista dà una seconda interpretazione, con una composizione più rarefatta, allo stesso tema, ma soprattutto con la copia che del Sant'Andrea fece Agostino Masucci nel 1732.
Proprio a quest'ultimo, pittore oggi poco conosciuto al pubblico ma tra i più stimati a Roma negli anni del pontificato di Clemente XII Corsini, tra il 1730 e il 1740, fu commissionata dal papa una copia ingrandita del lavoro di Reni che potesse servire da modello per la realizzazione della replica a mosaico, opera di Pietro Paolo Cristofari, collocata sull'altare nella cappella di famiglia in San Giovanni in Laterano. La richiesta di tradurre tele in mosaici preziosi era particolarmente in voga nel '700 e lo stesso Masucci più volte fu chiamato a realizzare copie ingrandite di dipinti a questo scopo. Una seconda sala, più piccola rispetto alla principale, conclude il percorso della mostra: qui trovano posto testimonianze della grande capacità di Reni di sperimentare tecniche diverse, l'affresco e la pittura ad olio, dipingendo non solo sulla tela ma anche su rame, pietra di paragone e seta. Tra le opere di questa sezione, accanto a copie in mosaico e in arazzo di alcuni lavori di Reni (a riprova della sua fortuna critica tra '600 e '700), anche il Putto dormiente realizzato dal maestro bolognese nel 1627, unico caso di affresco staccato dal muro appena realizzato e dotato ancora della sua cornice, fatta realizzare dal cardinale Francesco Barberini.
"Il dipinto al centro della mostra unisce simbolicamente i Barberini ai Corsini. Qui il pubblico ha l'occasione di confrontare dal vivo un originale eccezionale, quello di Reni, con una copia altrettanto eccezionale, quella di Masucci", spiega oggi il curatore Stefano Pierguidi, che sottolinea quanto i due pittori fossero legati non solo dalla maestria compositiva, ma anche dal "misurare il proprio successo come artisti dalla resa economica del loro lavoro". "La mostra ha anche un altro pregio", conclude, "quello di offrire la rara opportunità di vedere all'interno di una stessa stanza le diverse tecniche utilizzate e sperimentate da Reni nel corso della sua carriera".
Fonte: Ansa.it

16. nov, 2018

Dal 16 novembre tele e incisioni alla Galleria Sabauda di Torino
"Le sue opere sono un modo per entrare nel fastoso universo delle corti seicentesche scoprendo le ambizioni dei personaggi che le animavano e che si fecero ritrarre dalla 'gloria del mondo'" Carlo I d'Inghilterra, che lo accolse negli ultimi anni di vita quand'era al culmine della sua fama, amava definire così Antoon van Dyck. Al maestro fiammingo, che nel XVII secolo rivoluzionò l'arte del ritratto, è dedicata la mostra allestita dal 16 novembre al 17 marzo alla Galleria Sabauda di Torino.
Organizzata da Musei Reali di Torino e dal Gruppo Arthemisia, col patrocinio di Regione Piemonte e Città di Torino, 'Van Dyck pittore di corte' presenta 45 tele e 21 incisioni che coprono tutto l'arco della vita del pittore, dalla sua formazione alla collaborazione con Peter Paul Rubens, fino agli anni alla corte di Londra. Van Dyck legò la sua vita e la sua attività artistica alle principali corti d'Italia e d'Europa diventandone il pittore ufficiale e la mostra vuol far emergere questo esclusivo rapporto.
Caratterizzati da grande perfezione formale, ma anche naturalezza e spontaneità dei gesti, i suoi quadri sono un ritratto della classe dominante di quei tempi, da Emanuele Filiberto principe di Savoia, allo stesso Carlo I fino al ritratto, che conclude l'esposizione, di una Maria Stuarda bambina con lo sposo Guglielmo II principe d'Orange. Importanti sono anche le tele dedicate ai miti, tanto in voga in quei tempi, come Venere nella Fucina di Vulcano.
"Si tratta di un progetto nato più di un anno e mezzo fa - spiega la direttrice dei Musei Reali di Torino, Enrica Pagella - ideato partendo dalla valorizzazione di un nucleo di dipinti della Galleria Sabauda. Oltre alla rappresentazione dell'arte di un grandissimo artista c'è dunque in questa mostra la storia di come la famiglia reale sia riuscita a costruire un grande museo".
Le quattro sezioni della mostra si aprono con quella dedicata alla formazione del giovane artista e al suo rapporto con Rubens, di cui sono presenti alcune opere come Susanna e i vecchioni. La seconda sezione è invece dedicata all'attività di van Dyck in Italia, dove si affermò il suo nuovo modo di ritrarre e dove creò il suo linguaggio elegante grazie allo studio dell'arte del posto, in particolare di quella veneta e di Tiziano. Si passa poi agli anni di Anversa, alla corte dell'arciduchessa Isabella Clara Eugenia, dove prese il posto di Rubens. Tredici le opere di questo periodo in mostra alla Sabauda accanto a 8 incisioni. Infine l'ultima sezione è dedicata all'attività dell'artista alla corte di Carlo I dove rimase dal 1632 alla morte 9 anni più tardi.
Fonte: Ansa.it